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VITA LOCALE
Amministrazione comunale
1933 Podestà: Ernesto Castiglioni
 
Segretario Comunale: Mario Terzoli

1937

Commissario Prefettizio: Primo Colombo (Podestà dall'11/1937)

1941

Commissari Prefettizi: Umberto Vallerini; Giuseppe Mario Bertacco; Angelo Garbagnati; Francesco Crespi

 

Segretario Comunale: dott. Giacomo Bassi

1945

Sindaco: Siro Re Fraschini

 

Segretario Comunale: Giacomo Bassi, sostituito poi da Giulio Bozzini e successivamente da Carlo Spazzini

1946

Sindaco: Ennio Gerola
Giacomo Bassi, nato il 18.3.1896 a Gottro, piccola comunità situata nelle Prealpi Lepontine, nel 1941 diventa segretario comunale a San Giorgio su Legnano e a Canegrate, dove conoscerà i Contente, famiglia di ebrei che egli salverà dallo sterminio nazista.
Ecco come il signor Nissim Contente, raccontando la sua esperienza, ricorda questo nostro segretario, proclamato nel 1998 dallo Stato d'Israele Giusto tra le Nazioni

"Nell'estate del 1943 la nostra casa in Milano venne bombardata e di essa non rimase in piedi che la portineria. Per tale ragione e per sfuggire ad altri bombardamenti ci rifugiammo in un piccolo paese dell'hinterland milanese.

L' otto settembre del 1943 ci trovò nel paese di Canegrate, da dove mio padre Israel Contente faceva la spola con Milano per il suo lavoro.

Un giorno, dopo la metà di quel settembre, si recò in portineria e venne a sapere che qualcuno della polizia ci aveva cercati. Mio padre aveva un amico all'Ufficio Passaporti della Questura che, vedendolo, lo esortò a fuggire con la famiglia non senza avergli raccontato i tragici fatti di Meina ( Il 15 settembre 1943, a Meina, sul lago Maggiore, un distaccamento tedesco uccise e gettò nel lago 16 ebrei, sfollati da Milano a causa dei bombardamenti. I giorni successivi altri 38 ebrei, rastrellati in altri paesi del lago, fecero la stessa fine).

Tornato a Canegrate, con la disperazione ed il dolore per quanto aveva saputo, mio padre si attivò fin che trovò un contatto che ci dava la possibilità passare clandestinamente in Isvizzera.

Un giorno verso la fine di quel Settembre 1943 mio padre Israel, noi tre figli Nissim, Avram e Sara (18, 17 e 5 anni), con mia madre Paola, mio zio Ruben Contente, sua moglie Sara, ed altre cinque persone anziane amiche di mio zio che non conoscevo, tutti allertati da mio padre, salimmo su un treno delle linee varesine, che ci portò a Bisuschio. Da qui con un tram ci recammo a Viggiù, dove attendemmo l'imbrunire, per poi, a piedi, salire sino al confine di Saltrio.

Con l' aiuto di una guardia confinaria, pagata, passammo la rete della frontiera e, dopo aver camminato alcune ore in un bosco (ci eravamo persi), ci presentammo ad un posto di frontiera svizzero verso le tre del mattino.

Qui trovammo un graduato svizzero-tedesco, che ci disse di non aver nessun ordine, perché alla polizia elvetica non risultava succedesse niente agli Ebrei, in Italia o in Europa.

Dietro l'insistenza di mio padre e di tutti gli altri, dopo una ora di preghiere ed esortazioni si decise a telefonare, o finse di farlo, a Berna ed il risultato fu "Berna mi dice che quando un uovo é pieno nulla si può aggiungere" (testuale).

Tutti cominciammo ad insistere e qualche donna a piangere. Mia sorellina di 5 anni, che aveva preso sonno distesa su una valigia, si svegliò e cominciò a piangere. Allora un soldato portò una tazza di latte caldo alla bimba ed ottenne il risultato di far tacere almeno lei. Le donne continuavano a piangere, gli uomini ad insistere e fu allora che il graduato svizzero minacciò di consegnarci ai tedeschi, se non ce ne fossimo andati di buon grado.

Due alti soldati della svizzera tedesca, con i loro odiosi elmetti ci scortarono sino alla frontiera, assicurandosi che noi la varcassimo, e osservandoci da lontano per un po' di tempo.

Ritornammo in Italia ed ogni nucleo famigliare tornò al luogo da dove era partito. Noi cinque rientrammo a Canegrate nel nostro piccolo alloggio di fortuna.

Passarono diversi giorni di paura ed incertezza. Non sapevamo cosa fare. La Svizzera ci aveva respinti, a Milano non avevamo più casa né beni e la coscienza della tragedia che si stava verificando per il nostro popolo, ci aveva portato quasi ad una fatalistica rassegnazione.

Un giorno, mia madre, che era una donna energica disse: "Se restiamo qui il nostro destino è segnato, poiché abbiamo lasciato questo recapito alla portineria di Milano. L'unica speranza è il Segretario Comunale con il quale ho avuto occasione di scambiare qualche parola e mi sembra una persona per bene." Iniziò una discussione con mio padre, piuttosto contrario, che si protrasse per alcuni giorni e finalmente un giorno, io e mia madre, decidemmo di andare in Comune e parlare al Segretario Comunale.

Qui giunti, chiedemmo un colloquio privato. Il dr. Bassi aderì alla nostra richiesta ed, appena accomodati, mia madre gli disse tout court : "Siamo una famiglia di cinque persone ebree e siamo qui nel suo comune. Sta a lei salvarci o lasciare che si compia il nostro destino", e gli raccontò i fatti di Meina.

Il dr. Bassi era una persona di mezza età, sposato e con una bimba di pochi mesi. Rimase perplesso e sconcertato da quanto aveva sentito. S'informò della nostra famiglia e seppe che c'era anche una bimba poco più grande della sua. Stette alcuni minuti in silenzio, forse interrogandosi, poi aprì un cassetto alla sua destra, ne tolse quattro carte d'identità in bianco e le posò sulla scrivania davanti a mia madre: "Io esco ora dalla stanza per qualche tempo e quando ritorno quei documenti potrebbero non essere più lì".

Così dicendo uscì. Noi rimasti ci guardammo e mia madre mise subito le carte d'identità nella borsetta ed aspettammo. Le carte di identità erano qualcosa, ma erano in bianco e non risolvevano che parzialmente il nostro problema. Certo non ci saremmo più chiamati Contente Israel, Nissim, Avram, Paola Zipora e Sara, ma poi ?
br /> Dopo un po' di tempo il dr. Bassi rientrò nella stanza e subito ci disse: "In via Carducci a Milano c'è un mio conoscente che fa i timbri. Andrete da lui e vi farete fare un timbro falso di qualsiasi città della Sicilia. La linea gotica impedisce un controllo immediato. Avrete cura di compilare le carte di identità con nomi falsi. Mi rendo conto che non potrete stare a Canegrate cambiando improvvisamente nome ed ho pensato che oltre ad essere Segretario Comunale di Canegrate, lo sono anche del comune di San Giorgio su Legnano (a 2 o 3 chilometri di distanza). Quando avrete pronte le carte d'identità fatemelo sapere ed io farò in modo di darvi rifugio nelle scuole comunali, come profughi dalla Sicilia. Provvederò anche a darvi le carte annonarie perché possiate mangiare. E farò del mio possibile per salvarvi finché la guerra non sarà finita."

Io e mia madre restammo senza parole. Sentii per quest'uomo, che ai miei occhi era anziano, l'ammirazione che si prova per esseri eccezionali. Benché giovane mi rendevo conto che il suo non era un gesto di leggerezza di uno poco cosciente, né il gesto di una persona che voleva darsi importanza, ma era un atto di generoso e ponderato coraggio, di un uomo che aveva una propria famiglia, che metteva a rischio, solo perché non accettava di veder eliminare un'altra famiglia, con una bimba come la sua, potendo fare qualcosa.

Alcuni giorni dopo, procuratici i timbri e raccolte le nostre poche masserizie, ci portammo a San Giorgio su Legnano, dove il dr. Bassi aveva fatto preparare una grande aula nella scuola elementare (la prima aula al piano terreno, a destra entrando, dopo l' alloggiamento del custode).

L'aula era vuota, se si eccettuano alcuni armadi grigi (quelli in dotazione) che la dividevano in due parti. Nella prima parte, quella dell'ingresso, c'erano un tavolo ed alcune sedie con un armadio volto verso di noi. Nell' altra parte c'erano cinque brandine con materassi e coperte e gli altri armadi.

e gli altri armadi. Il dr. Bassi ci accompagnò personalmente nell'aula e nel darci le carte annonarie, da noi compilate e da lui convalidate con il timbro della Repubblica Sociale, ci fece alcune raccomandazioni:
Non uscire che per lo stretto necessario, non socializzare con nessuno. A me che avevo già 18 anni raccomandò di non uscire mai dalla stanza, se non di notte per le ovvie necessità.
Consigliò a mia madre di far fare la spesa accompagnata dalla bimba ed aggiunse che se ci avessero chiesto come eravamo arrivati dalla Sicilia avremmo dovuto dire: "Peripezie che non si possono raccontare". Sue testuali parole con l'augurio che la guerra finisse presto.

Grazie a quest'uomo eravamo per il momento salvi.

Ogni tanto mia madre doveva andare a Milano a vendere qualche oggetto d'oro per poterci pagare lo scarso cibo della tessera annonaria.

Il dr. Bassi periodicamente veniva a vedere l'andamento della scuola, e ne profittava per chiederci come stavano andando le cose. Lo scarso cibo ci aveva deperiti, ma eravamo vivi.

Vedendoci così, un giorno il dr. Bassi ci disse di andare alla mensa della fabbrica Borletti, che si era insediata nella scuola, perché si era accordato affinché ci fossero dati gli avanzi dei pentoloni della minestra; a questo pensò mia madre.

Abbiamo trascorso lì i 15 mesi della guerra sino alla sua fine. Le difficoltà non mancarono.

Quando la mia sorellina ebbe l'età scolastica, per non insospettire, il dr. Bassi fece in modo che andasse in l° elementare, se pur priva di certificato di nascita. La piccola Sara sapeva di essere ebrea e di chiamarsi Sara Contente, ma per un anno sostenne benissimo la parte di Graziella De Martino, perché era cosciente che se si fosse tradita saremmo morti tutti noi, il dr. Bassi e la sua famiglia.

Non diciamo le difficoltà di incontrare siciliani, che avendo saputo di noi profughi, venivano a chiedere notizia dei loro conterranei (Giorgio, il custode della scuola, era un chiacchierone).

Per sopramercato nel 1944 nella scuola vennero ad abitare un milite delle Brigate nere con famiglia ed uno della famigerata Muti. A quel punto i rischi per tutti aumentarono e la prudenza diventò ossessiva. Io stetti rinchiuso fino al gennaio 1945. Era stato detto al custode che durante la settimana andavo a lavorare a Rho e che lì pernottavo. Questo mi consentiva, fino all'arrivo dei militi fascisti, di poter uscire nella scuola vuota al sabato ed, alla domenica, di accedere ai bagni di giorno.

Come dicevo non uscii che il 1° gennaio del 1945, per la malaugurata idea di andare a fare quattro passi, fidando nella giornata di festa, ed ebbi la sfortuna di incappare in un rastrellamento. Ero con mio fratello, ma riuscii a cavarmela. Ma questa è un'altra storia. Come Dio volle la guerra finì con la Liberazione.

Eravamo stremati, ma salvi.
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