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LA RICERCA DEL LICEO CAVALLERI
Alcuni aspetti della scuola e della società nel ventennio fascista
In sessanta anni l’idea della scuola è molto cambiata: nella nostra epoca essa è considerata come un ente slegato da ogni ideologia politica. L’obiettivo della scuola odierna sarebbe teoricamente quello di fornire agli studenti adeguata preparazione unitamente agli strumenti che permettano loro di compiere una futura e ponderata scelta in campo politico. Nel periodo fascista, al contrario, la scuola era impostata totalmente sull’imposizione dell’ideologia del regime. Si agiva già a partire dalle classi inferiori allo scopo di persuadere l’alunno ad aderire ad un sistema impostato sull’importanza della cultura militare e dell’intelligenza come dimostrazione di una superiorità di tipo razziale. Allo scopo di ottenere questo risultato si puntava su una struttura paramilitare della scuola, che prevedeva una precisa suddivisione gerarchica basata sull’età e sui meriti scolastici e fisici; inoltre veniva dato grande rilievo allo studio e alla cultura del proprio corpo (educazione fisica). Grande importanza veniva data alla formazione dei bambini italiani attraverso l’organizzazione balilla, inoltre venivano esaltate le conquiste in Africa attraverso lettere inviate al fronte dagli alunni. Le stesse scuole venivano intitolate a personaggi del regime ritenuti importanti e da seguire come esempio. Tuttavia durante il regime non mancarono figure di opposizione come il Dott. Bassi che si impegnò nella difesa di alcune famiglie ebree.
Il rinnovamneto della scuola e i balilla
Il fascismo si impegnò a diffondere la sua ideologia in ogni campo, agendo con particolare interesse nel campo dell’istruzione, ben sapendo che, manipolando da un lato le giovani menti degli scolari e dall’altro le varie branche della scienza e della letteratura in chiave fascista, si sarebbe potuto esercitare un facile controllo sulle masse.
Per fare in modo che il progetto andasse a buon fine era necessario, prima di tutto, assicurarsi l’appoggio incondizionato del corpo docente, affinché quest’ultimo rivedesse i propri programmi scolastici mettendo in risalto la mentalità nazionalista e fascista voluta dal regime.
A questo scopo il governo pretese, con l’appoggio del Ministero della Pubblica Istruzione, che ogni insegnante, dai semplici maestri elementari fino ai docenti universitari, prestasse giuramento al partito e all’ideologia fascista. Ovviamente non prestare tale giuramento o venirvi meno comportava il licenziamento e spesso questo era solo il minore dei mali: violenze sia psicologiche sia fisiche erano sempre all’ordine del giorno per chi non rispettasse le direttive del Duce.
Dopo aver eseguito le epurazioni degli insegnanti contrari ed essersi assicurato la fedeltà degli altri docenti, il regime fascista proseguì la sua opera di revisione eliminando tutti i libri di testo che non si confacevano alla nuova ideologia, preparando la pubblicazione di nuovi testi, più adeguati alle esigenze che la “nuova era”, apertasi con la Marcia su Roma, imponeva.
Questa immensa opera di revisione vide i suoi primi effetti nelle scuole elementari, considerate come il primo gradino per una nuova coscienza politica. Nei nuovi testi appariva radicata l’idea del culto della figura del Duce, che veniva presentata con toni quasi religiosi da brani che gli studenti dovevano imparare a memoria. Nelle scuole secondarie e nelle università i cambiamenti procedettero con più cautela e le modifiche apportate alle materie tradizionali ebbero nella maggior parte dei casi la finalità di esaltare il sentimento nazionalista tra gli studenti.
La riforma attuata nel 1923 dal Ministro dell’Istruzione Giovanni Gentile poneva gli insegnamenti di storia, filosofia e letteratura su un piano privilegiato rispetto a quelli tecnici e scientifici, ma all’occorrenza anche questi ultimi potevano servire agli scopi propagandistici del regime. Come nelle scuole elementari e medie, anche negli istituti superiori venne ampliato il già notevole spazio riservato alla storia romana e del Risorgimento e la figura e il ruolo delle grandi personalità iniziarono a essere trattati con enfasi particolare. Le vicende dell’Italia post-unitaria venivano invece presentate come dominate da un regime parlamentare trasformista e corrotto. Nel programma di letteratura D’Annunzio fu per la prima volta inserito come autore obbligatorio e in quello scientifico divenne d’obbligo per gli insedianti mettere in risalto l’eccezionalità del ”genio italico” attraverso l’esposizione delle teorie e delle scoperte di scienziati quali Galilei, Ferraris e Marconi. Uno spazio rilevante venne infine dato allo sport e all’educazione fisica, in quanto considerati quali momenti socializzanti e di importanza vitale in vista di una preparazione atletica di stampo militare
L’impronta nazionalistica nella scuola diventava sempre più presente e cogente nei confronti della libertà decisionale lasciata in mano al singolo professore; Dopo aver imposto il proprio controllo su insegnanti e libri di testo, il partito fascista rivolse la propria attenzione verso gli studenti, con lo scopo di inquadrarli in organizzazioni giovanili di stampo militare per prepararli sia da un punto di vista fisico sia da un punto di vista ideologico a far parte un giorno dell’esercito italiano, pronti a combattere per la patria e per il Duce.
A partire dal 1928, tutte le associazioni giovanili non controllate dal partito furono messe al bando e divenne obbligatoria l’iscrizione all’Opera Nazionale Balilla da parte di tutti i bambini, giovani e ragazzi di ambo i sessi di età compresa tra i sei e i diciotto anni. Il compito di propagandare l’iniziativa e di raccogliere gli iscritti venne dato ai professori che, all’interno delle scuole, si occupavano di far opera di proselitismo spiegando intenzioni e finalità del programma. Era anche previsto una tassa d’iscrizione di 6 lire, che gli stessi professori avevano il compito di raccogliere; ma spesso era prevista una sovvenzione statale per quelle famiglie che, per indigenza o per gran numero di figli, non potevano sostenere la spesa. L’organizzazione prevedeva che, una volta effettuato il versamento, si mandasse un modulo al Comitato Provinciale recante il numero degli iscritti, per facilitare la consegna delle tessere di appartenenza e degli appositi moduli d’iscrizione.
L’Opera Nazionale Balilla era suddivisa in tre diverse categorie a seconda della fascia d’età:
trai sei e gli otto anni si diventava Figli della Lupa; tra i nove e i quattordici anni diventavano i ragazzi Balilla e le ragazze Piccole Italiane; infine, tra i quindici e i diciotto anni, i ragazzi Avanguardisti e le ragazze Giovani Italiane. Giunti all’università, molti studenti si scrivevano alle organizzazioni studentesche controllate dal regime, i cosiddetti Gruppi Universitari Fascisti (GUF), formatisi sin dal 1920. Infine, nel 1937, tutte le organizzazioni giovanili furono inquadrate nella Gioventù Italiana del Littorio (GIL).
Grazie a queste organizzazioni la gioventù italiana fin dai primi anni di vita riceveva un’educazione paramilitare e le dottrine fasciste, attraverso la grandiosità delle manifestazioni di orgoglio nazionale e il fascino che simboli quali l’aquila romana e il littorio esercitavano, si facevano strada nelle menti dei giovani. Alle parole d’ordine ”credere, obbedire, combattere”, si aggiungevano i valori imprescindibili per il buon giovane fascista: la patria, la lealtà e la disciplina. I Balilla dovevano imparare a memoria un decalogo, che sintetizza efficacemente l’intento del governo fascista di indirizzare in ogni modo la gioventù verso i propri fini.
Il decalogo è così costituito:
  1. noi siamo i Balilla speranza e letizia del Duce;
  2. noi siamo i Balilla dell’Italia del volo gigante;
  3. oggi Balilla, domani spada d’Italia;
  4. il nostro Credo è l’Italia risorta e potente;
  5. inquadrati e fedeli sarà con noi la vittoria;
  6. obbedienti e concordi sarà con noi la fortuna;
  7. ITALIA, RE, DUCE, REGIME: luce speranza gioia del Balilla;
  8. Disciplina, virtù, studio, lavoro: quattro cardini del Balilla fedele;
  9. Forza, coraggio, allegrezza, bontà: quattro note del Balilla fervente;
  10. Per la vita e la morte grida il Balilla: DIO, ITALIA, SAVOIA e MUSSOLINI.
Fin da giovani venivano abituati all’idea della guerra come dimostrazione di forza e coraggio, come un campo di prova in cui confrontarsi e vincere per il bene della patria e del Duce, che sempre più acquistava caratteristiche paterne, e come l’unico mezzo in grado di selezionare gli “uomini nuovi”, i più forti, gli unici in grado di superare da vincenti le difficoltà della vita. Per questo motivo sia sulla cronaca nazionale sia sugli stessi libri di testo e quaderni scolastici erano messi in luce esempi di eroismo compiuti da ragazzi; a tal proposito nell’”almanacco della scuola elementare” in uso negli anni ’30 appaiono alcuni esempi come il seguente: “in una via di Napoli un bimbo sta per essere investito dal tranvai che sopraggiunge veloce. Con prontissima decisione un ragazzo di appena dieci anni si lancia in mezzo al binario, afferra il bimbo e lo trascina sul marciapiedi salvandolo dal grande pericolo che incombe su di lui. Il coraggioso ragazzo è una piccola Camicia Nera, il Balilla Alfredo Picaro”. Un’altra storia raccontata nel libro è questa: ”A Castiglione di Sicilia il 24 luglio XI uno stabile ardeva in preda alle fiamme. D’ogni parte accorrevano i paesani per domare con ogni mezzo l’incendio e per sanare quanto poteva essere sanato. Fra i primi ad accorrere furono due Avanguardisti, Vincenzo Di Carlo e Giuseppe Girardi, i quali si prodigarono animosamente per aiutare nello spegnimento, rincuorando gli altri con l’esempio finché il fuoco non fu completamente estinto” . Colpisce soprattutto il tono eccessivamente melodrammatico ed artificioso del racconto, che riporta due fatti di cronaca come avvenimenti eccezionali e senza paragoni.
La futura classe dirigente era selezionata tra le organizzazioni giovanili e per il loro addestramento erano stati messi a punto i “Campi Dux”, veri e propri campi costruiti sull’antico modello romano.
Alle ragazze invece si insegnava a diventare brave mogli e madri prolifiche per l’incremento demografico della patria. L’attenzione che il fascismo riservava alla donna era finalizzata soprattutto ad ottenere un numero sempre crescente di nascite. Nell’ottica mussoliniana, infatti, il numero era potenza e la crescita demografica testimoniava la forza e la vitalità di un paese.
Indubbiamente signficativa fu l’opera di assistenza all’infanzia attuata dal regime: le gite organizzate, le colonie estive, la distribuzione del cibo ai bambini più bisognosi (i celebri filoni di “pane del Duce”) e addirittura la “Befana fascista”, oltre ad allargare il consenso per il regime, migliorarono non poco la condizione di un’infanzia che si era trovata a nascere in un paese povero com’era l’Italia di quegli anni.
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