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VITA LOCALE
Gli scioperi
La resistenza nel legnanese espresse al massimo la sua potenza e la sua ira contro l'invasore nazista all'interno delle fabbriche, che ormai, dopo l'8 settembre 1943, erano state trasformate per la produzione bellica e per le commesse militari. Proprio per questo motivo, in una grande assemblea organizzata alla Franco Tosi, i lavoratori vennero invitati ad incrociare le braccia e a lottare contro i tedeschi, ormai considerati veri e propri nemici. La stessa cosa accadde alla Cantoni,dove era stato creato pure un reparto dedito al confezionamento di capi destinati all'uso militare.
La fabbrica più attiva a Canegrate, anche nel campo degli scioperi, fu proprio la Cantoni (cotonificio che, tra l'altro, possedeva un rifugio antiaereo nel quale si poteva rifugiare la popolazione civile), dove i nazifascisti non esitavano a prendere a manganellate i lavoratori riottosi pur di farli ritornare nei ranghi.
Scopo di queste astensioni era quello di protestare e di cercare di bloccare un folle conflitto che la maggior parte delle persone desiderava ormai vedere concluso.
L'adesione degli operai fu veramente consistente, si pensi che, nei soli scioperi del marzo 1944, furono 1 milione e 200.000 i lavoratori che bloccarono la loro produzione nelle zone italiane ancora occupate dai nazisti.
Chiaramente, l'odio conro la popolazione teutonica non poteva essere reso manifesto, e così si celarono i veri ideali che avevano spinto le fabbriche a reagire dietro alle più banali, anche se sacrosante, rivendicazioni sulle disumane condizioni in cui dovevano lavorare i dipendenti, sulla diminuzione delle ore lavorative e sull'aumento dei salari.
Pesante fu la reazione dei tedeschi, che deportarono il 20% degli scioperanti nei loro terribili campi di concentramento; e le fabbriche del legnanese non vennero risparmiate: questo fu, infatti, uno dei più tristi periodi della resistenza della nostra zona, che scaturì nella giornata del 5 gennaio 1944, quando le SS, comandate dal temibile generale Zimmerman, arrestarono sei operai. Ne scaturì una ribellione di massa all'interno dello stabilimento, che portò al prelevamento di altri 63 lavoratori, 7 dei quali vennero deportati nei lager nazisti.
Azioni simili venero compiute anche alla Manifattura di Legnano, alla Società Industrie Elettriche e negli stabilimenti della Metalmeccanica.
In tutto furono 11 i lavoratori che non fecero più ritorno dai lager: Alberto Giuliani, Pericle Cima, Carlo Grassi, Francesco Orsini, Antonio Vitali, Ernesto Venegoni, Angelo Sant'Ambrogio, Carlo Ciapparelli, Giuseppe Ciampini, Giannino De Tommasi ed Eugenio Verga.
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